L’Altopiano di Asiago è oggi conosciuto per i suoi boschi, i pascoli, le malghe e i paesaggi aperti delle Prealpi vicentine. Dietro questa immagine tranquilla, tuttavia, si conserva uno dei più vasti e impressionanti scenari storici della Prima guerra mondiale.
Tra il 1915 e il 1918 queste montagne furono attraversate da eserciti, bombardate dalle artiglierie e trasformate in un complesso sistema di forti, trincee, gallerie, strade militari, ricoveri e postazioni. Interi paesi vennero evacuati o distrutti, mentre migliaia di soldati italiani e austro-ungarici combatterono in condizioni durissime, spesso ad alta quota e durante inverni estremamente rigidi.
Per questa ragione l’Altopiano dei Sette Comuni viene spesso considerato un grande museo all’aperto della Grande Guerra. Camminando tra il Monte Ortigara, il Monte Zebio, il Monte Cengio e le antiche fortificazioni, è ancora possibile riconoscere le tracce lasciate dal conflitto: muri in pietra, camminamenti, crateri di mina, caverne, osservatori e piccoli cimiteri militari.
Visitare i luoghi della Grande Guerra ad Asiago non significa soltanto compiere un’escursione nella natura. Significa entrare in un paesaggio della memoria, nel quale la bellezza della montagna convive con la testimonianza concreta di una delle pagine più drammatiche della storia europea.
Quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, il 24 maggio 1915, l’Altopiano si trovava immediatamente a ridosso del confine con l’Impero austro-ungarico. I suoi rilievi divennero quindi una zona strategica per il controllo delle valli e degli accessi alla pianura veneta.
Alle 3:55 del mattino del 24 maggio 1915, dal Forte Verena fu sparato uno dei primi colpi d’artiglieria italiani su questo settore del fronte. Quel gesto segnò simbolicamente l’inizio delle ostilità sulle montagne dell’Altopiano.
Nel maggio del 1916 il territorio fu investito dalla grande offensiva austro-ungarica conosciuta come Strafexpedition, la “spedizione punitiva”. Le truppe imperiali tentarono di superare l’Altopiano e di scendere verso la pianura vicentina, minacciando di tagliare alle spalle una parte consistente dell’esercito italiano schierato sull’Isonzo.
La battaglia coinvolse località che oggi rappresentano alcuni dei più importanti itinerari storici della zona: Monte Cengio, Monte Zebio, Monte Fior, Castelgomberto, Monte Lemerle e la Val d’Assa. Asiago venne gravemente danneggiata e la popolazione civile fu costretta ad abbandonare il territorio.
L’anno successivo, nel giugno del 1917, il Monte Ortigara divenne teatro di una delle battaglie più sanguinose combattute sulle Alpi. Nel 1918, infine, sull’Altopiano operarono anche reparti britannici e francesi, chiamati a sostenere il fronte italiano dopo la rotta di Caporetto.
Il punto di partenza più naturale per un itinerario dedicato alla Grande Guerra è il Sacrario militare del Leiten, conosciuto anche come Ossario di Asiago.
Il monumento sorge sul colle Leiten, poco distante dal centro cittadino, e domina dall’alto la conca di Asiago. La grande costruzione in pietra bianca, inaugurata nel 1938, è formata da una base monumentale sormontata da un arco quadrifronte visibile da buona parte dell’Altopiano.
Nei corridoi interni sono custoditi i resti di oltre 50.000 caduti italiani e austro-ungarici, trasferiti qui da numerosi cimiteri militari sparsi tra le montagne. Secondo la documentazione dell’itinerario provinciale dedicato alla Grande Guerra, nel Sacrario riposano 33.086 soldati italiani e 18.505 militari austro-ungarici. Nella cappella sono inoltre conservate le spoglie di dodici decorati con Medaglia d’oro al Valor Militare.
La visita permette di comprendere immediatamente le dimensioni umane del conflitto. I lunghi corridoi con i nomi dei caduti trasformano i numeri della guerra in persone, provenienze e storie individuali.
All’interno si trova anche un piccolo museo con documenti, fotografie, armi e materiali relativi alle operazioni militari combattute sull’Altopiano.
Dal piazzale esterno si osservano Asiago, i prati circostanti e le montagne che furono teatro delle battaglie. È un luogo solenne, ma anche uno straordinario punto panoramico dal quale iniziare a leggere geograficamente il fronte.
Il Monte Ortigara è probabilmente il luogo più simbolico della Grande Guerra sull’Altopiano. La montagna è legata alla battaglia combattuta nel giugno del 1917, quando l’esercito italiano tentò di riconquistare le posizioni perdute durante l’offensiva austro-ungarica dell’anno precedente.
L’operazione coinvolse decine di migliaia di uomini e si svolse in un territorio roccioso, povero d’acqua e completamente esposto al tiro dell’artiglieria. Dopo iniziali avanzate italiane, la reazione austro-ungarica riportò il fronte quasi sulle posizioni di partenza, provocando perdite altissime.
Per il sacrificio dei reparti alpini, l’Ortigara è diventato noto come il Calvario degli Alpini.
Oggi il monte conserva trincee, camminamenti, caverne e resti di postazioni militari. Sulla cima si trova la celebre Colonna Mozza, monumento collocato in memoria dei caduti. Poco distante, sulla quota conosciuta come Cima Austriaca, si trova una seconda testimonianza commemorativa dedicata ai soldati dell’esercito imperiale.
Il percorso normalmente utilizzato segue il sentiero CAI 840 e attraversa un ambiente severo, caratterizzato da pietraie, doline carsiche e grandi spazi aperti. Il sito mantiene ancora numerose tracce della battaglia del giugno 1917.
L’escursione all’Ortigara non deve essere considerata una semplice passeggiata. La distanza, l’altitudine e l’esposizione alle variazioni meteorologiche richiedono preparazione, calzature adeguate, acqua e abbigliamento da montagna.
È consigliabile dedicare a questa visita un’intera giornata, eventualmente affidandosi a una guida storico-naturalistica. Una visita accompagnata aiuta a riconoscere le linee italiane e austro-ungariche, i punti di attacco e le strutture che, senza spiegazioni, potrebbero sembrare semplici accumuli di pietre.
Più vicino ad Asiago, il Monte Zebio rappresenta uno dei luoghi migliori per osservare da vicino l’organizzazione di un fronte di montagna.
Il massiccio fu conteso a lungo dagli eserciti italiano e austro-ungarico. Nella zona operarono anche i reparti della Brigata Sassari, le cui vicende furono raccontate da Emilio Lussu nel libro Un anno sull’Altipiano.
Oggi un sistema di percorsi conduce tra trincee restaurate, camminamenti, postazioni, ricoveri e gallerie. Tra i punti più significativi si trovano la Crocetta di Zebio, il piccolo cimitero della Brigata Sassari e la zona della mina dello Scalambron.
Qui il 10 giugno 1917 si verificò una delle tragedie più drammatiche del fronte altopianese. Una mina predisposta sotto le posizioni austro-ungariche esplose anticipatamente o accidentalmente, coinvolgendo numerosi soldati italiani che si stavano preparando all’attacco.
Il paesaggio del Monte Zebio permette di comprendere quanto vicine potessero trovarsi le linee nemiche. In alcuni tratti, trincee e postazioni erano separate da distanze minime, mentre la roccia calcarea veniva scavata per creare ripari e passaggi protetti.
Il sito è oggi presentato come un museo all’aperto, con passaggi, trincee e gallerie ancora chiaramente riconoscibili. Il percorso attraversa inoltre alcuni dei luoghi descritti da Emilio Lussu.
Il Monte Zebio è particolarmente adatto a chi desidera unire storia ed escursionismo senza affrontare subito un itinerario lungo e impegnativo come quello dell’Ortigara.
Il Monte Cengio fu uno dei punti decisivi durante la Strafexpedition del 1916. Se le truppe austro-ungariche fossero riuscite a superare stabilmente queste posizioni, avrebbero potuto aprirsi la strada verso la pianura vicentina.
La difesa italiana fu affidata soprattutto ai Granatieri di Sardegna, che combatterono in condizioni disperate lungo pareti, cenge e passaggi esposti. Per il sacrificio dei reparti impegnati, il Cengio è stato dichiarato zona sacra alla Patria.
L’itinerario più conosciuto è la Granatiera di Monte Cengio, una straordinaria strada di arroccamento militare realizzata lungo la parete meridionale della montagna. Il percorso attraversa gallerie scavate nella roccia, cenge artificiali, punti panoramici e resti di postazioni.
In alcuni tratti il sentiero si affaccia quasi verticalmente sulla Val d’Astico e sulla pianura. La vista è spettacolare, ma richiede attenzione, soprattutto in caso di pioggia, neve o ghiaccio.
Il percorso parte generalmente da Piazzale Principe di Piemonte e attraversa numerose gallerie realizzate durante la guerra. Il circuito è considerato escursionisticamente facile, con circa 200 metri di dislivello e un tempo indicativo di tre ore, ma non è consigliato a chi soffre fortemente di vertigini.
Lungo il cammino si incontrano monumenti, lapidi e punti commemorativi dedicati ai Granatieri. Il Cengio è uno dei luoghi nei quali il rapporto tra paesaggio e storia appare più impressionante: da una parte il panorama amplissimo, dall’altra la consapevolezza delle battaglie combattute lungo pareti apparentemente inaccessibili.
A oltre 2.000 metri di altitudine, sulla sommità del Monte Verena, si trovano i resti del Forte Verena, una delle principali fortificazioni italiane costruite prima della guerra per proteggere il confine.
La fortezza disponeva di potenti artiglierie collocate sotto cupole corazzate. La sua posizione elevata garantiva un’ampia visuale sulle linee austro-ungariche e sulle montagne settentrionali dell’Altopiano.
Dal Verena, il 24 maggio 1915, partì il colpo che annunciò l’apertura delle ostilità in questo settore. La superiorità iniziale del forte durò però poco. Il 12 giugno 1915 un proiettile austro-ungarico di grosso calibro penetrò nella struttura, provocando una devastante esplosione e causando numerose vittime tra i militari della guarnigione.
L’episodio mise in evidenza la vulnerabilità delle fortificazioni permanenti di fronte alle moderne artiglierie pesanti. Molti forti dell’Altopiano furono in seguito disarmati e i loro cannoni trasferiti in altre posizioni.
Il Forte Verena sorge a 2.019 metri e faceva parte del sistema difensivo italiano rivolto verso il confine austro-ungarico. L’itinerario permette di raggiungere anche le casermette e le ex batterie militari, offrendo un panorama a 360 gradi sull’Altopiano.
La salita può essere affrontata a piedi seguendo le strade e i sentieri del comprensorio. Prima della partenza è opportuno verificare l’eventuale funzionamento degli impianti di risalita, l’apertura dei rifugi e le condizioni del percorso.
Il Forte Campolongo, situato nel territorio di Roana, faceva parte dello sbarramento difensivo Agno-Assa insieme ai forti Verena e Corbin.
Costruito su uno sperone roccioso affacciato sulla Val d’Astico, rappresentava una delle opere più importanti dell’ingegneria militare italiana presente sull’Altopiano. I suoi cannoni avrebbero dovuto controllare sia il settore di Luserna sia gli accessi dalla valle.
La struttura venne colpita dalle artiglierie austro-ungariche e successivamente abbandonata. Dopo lunghi interventi di recupero, il forte è oggi visitabile e consente di osservare gli ambienti interni, le postazioni delle artiglierie, i corridoi e le strutture di servizio.
Forte Campolongo era considerato un punto nevralgico dello sbarramento e operava in direzione di Luserna e della Val d’Astico. Può essere raggiunto attraverso il sentiero CAI 810.
L’escursione è interessante anche per il paesaggio. Dalla zona del forte si aprono ampie vedute verso la Val d’Astico, il Pasubio, Tonezza e le montagne circostanti.
Nelle vicinanze si trova lo Sciason del Diavolo, una profonda cavità naturale del terreno carsico, che contribuisce a rendere il percorso ancora più suggestivo.
Il Forte di Punta Corbin, nei pressi di Treschè Conca, è una delle fortificazioni meglio conservate e più facilmente comprensibili dell’Altopiano.
La costruzione iniziò nel 1906 su uno sperone roccioso dominante la Val d’Astico. L’obiettivo era impedire un’eventuale penetrazione austro-ungarica attraverso la valle e proteggere il margine occidentale dell’Altopiano.
Nonostante fosse stato progettato come una delle fortezze più potenti del settore, il suo ruolo nella guerra fu relativamente limitato. Dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto, infatti, venne privato di gran parte delle artiglierie, come accadde ad altre fortificazioni italiane della zona.
Durante l’offensiva del 1916 fu occupato dalle truppe austro-ungariche e subì danneggiamenti. Nel dopoguerra rischiò di andare completamente perduto, ma un lungo lavoro di recupero privato ne ha consentito la conservazione e l’apertura al pubblico. I lavori di restauro iniziarono negli anni Ottanta e compresero la rimozione delle macerie, la messa in sicurezza e la ricostruzione di alcune parti danneggiate.
Oggi il complesso ospita un museo storico militare. Il percorso permette di visitare cortili, corridoi, magazzini, alloggiamenti e postazioni, accompagnati da mappe e spiegazioni. L’esposizione interna raccoglie reperti rinvenuti nel forte, fotografie d’epoca e documenti storici.
Grazie alla buona organizzazione del percorso e agli spazi relativamente accessibili, Forte Corbin è uno dei luoghi più indicati anche per famiglie, gruppi scolastici e visitatori che non intendono affrontare lunghe escursioni in quota.
Il Forte Interrotto, sopra Camporovere di Roana, presenta un aspetto molto diverso rispetto agli altri forti dell’Altopiano. La grande costruzione in pietra ricorda infatti più un castello o una caserma fortificata che una moderna batteria corazzata.
La struttura nacque nel XIX secolo come caserma difensiva e punto di osservazione sulla sottostante Val d’Assa, una delle principali vie naturali di collegamento tra l’Altopiano e i territori dell’Impero asburgico.
Durante la Strafexpedition del 1916 venne abbandonata dalle truppe italiane e successivamente utilizzata dagli austro-ungarici come posizione di osservazione e difesa.
Il complesso, restaurato nei primi anni Duemila, ha una pianta rettangolare organizzata attorno a un cortile interno. L’edificio raggiunge un’altezza di circa 14 metri e occupa una superficie di circa 1.170 metri quadrati. Una serie di pannelli illustra la storia e le caratteristiche della struttura.
Il forte può essere raggiunto con una piacevole escursione da Camporovere. La salita attraversa boschi e radure e non presenta, nelle condizioni normali, difficoltà particolarmente elevate.
Il settore di Monte Fior e Castelgomberto, nel territorio di Foza, conserva un articolato sistema di trincee, postazioni e camminamenti scavati tra le rocce.
Nel giugno del 1916 queste montagne furono teatro di durissimi combattimenti durante la Strafexpedition. Le truppe italiane, tra cui i reparti della Brigata Sassari, opposero una forte resistenza all’avanzata austro-ungarica.
Il paesaggio è caratterizzato dalle cosiddette Città di Roccia, particolari formazioni calcaree modellate dall’erosione. Durante la guerra questi labirinti naturali furono integrati nei sistemi difensivi, trasformandosi in ripari, osservatori e postazioni.
L’itinerario storico consente di raggiungere anche il monumento dedicato al generale Euclide Turba e il cimitero militare di Casara Zebio, oltre a numerosi resti delle linee italiane.
La zona di Monte Fior e Castelgomberto viene indicata tra i principali itinerari storici dell’Altopiano ed è normalmente proposta come escursione di difficoltà media, con circa 350 metri di dislivello e quattro ore effettive di cammino.
È uno dei percorsi più interessanti per comprendere come le caratteristiche naturali del terreno venissero sfruttate nella guerra di montagna.
Meno conosciuti rispetto all’Ortigara, ma storicamente molto importanti, sono il Monte Forno e il Monte Chiesa.
Il Monte Forno fu attraversato da linee, postazioni e collegamenti militari in uno dei settori più tormentati del fronte tra il 1915 e il 1918. Dal percorso principale è possibile effettuare deviazioni verso il Monte Chiesa, dove si trovavano importanti strutture di comando austro-ungariche, e verso il cimitero dei Campigoletti.
Seguendo il sentiero CAI 839 si attraversano boschi, pascoli e zone nelle quali rimangono visibili tracce di trincee e costruzioni militari. Dal Monte Forno si possono inoltre raggiungere altri settori dell’area dell’Ortigara.
È una meta consigliata a chi ha già visitato i luoghi più noti e desidera approfondire il sistema logistico e difensivo creato nella parte settentrionale dell’Altopiano.
A Campomuletto, nel territorio di Gallio, si trova il Sentiero del Silenzio – Porta della Memoria, un percorso artistico e naturalistico dedicato ai caduti di tutte le guerre.
Inaugurato il 4 novembre 2008, il sentiero è stato progettato per inserirsi con discrezione nel paesaggio montano. Lungo il cammino si incontrano installazioni contemporanee che invitano alla riflessione sulla guerra, sulla sofferenza e sulla necessità della pace.
A differenza delle trincee e dei forti, il Sentiero del Silenzio non ricostruisce direttamente una battaglia. Propone invece un’esperienza meditativa, nella quale la memoria storica viene interpretata attraverso l’arte.
Il percorso è relativamente semplice ed è adatto anche a chi non pratica abitualmente escursionismo. Rappresenta una tappa particolarmente significativa per le famiglie e per i gruppi scolastici.
Per comprendere meglio ciò che si osserva lungo i sentieri è consigliabile visitare il Museo della Prima guerra mondiale di Canove di Roana.
Il museo è allestito nell’ex stazione ferroviaria di Canove, un edificio legato alla vecchia linea a scartamento ridotto che collegava l’Altopiano alla pianura. Le collezioni comprendono armi, uniformi, elmetti, fotografie, documenti, oggetti personali e materiali recuperati sui campi di battaglia.
Il patrimonio espositivo proviene in larga parte dal territorio dell’Altopiano e consente di ricostruire sia gli aspetti militari sia la vita quotidiana dei soldati. La sede conserva un ricco insieme di manufatti e materiali bellici raccolti localmente o provenienti da collezioni private.
Particolarmente toccanti sono gli oggetti personali: gavette, borracce, utensili, lettere, decorazioni e piccoli effetti appartenuti ai combattenti. Sono testimonianze che mostrano la guerra non soltanto come successione di battaglie, ma come esperienza umana vissuta da milioni di giovani.
Il museo si trova in via Roma 60 a Canove di Roana. Aperture, visite guidate e orari possono variare durante l’anno, per cui è opportuno verificarli direttamente prima della visita.
A Sasso di Asiago si trova il Museo della Grande Guerra 1915-1918 “Battaglia dei Tre Monti”, dedicato soprattutto agli scontri combattuti nel 1918 tra Col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella.
La Battaglia dei Tre Monti fu uno degli episodi più importanti dell’ultimo anno di guerra sull’Altopiano. In questa zona combatterono anche reparti francesi e britannici, giunti in Italia dopo Caporetto.
Il museo raccoglie reperti provenienti dai campi di battaglia locali, munizioni disattivate, equipaggiamenti, documenti e fotografie. Tra i materiali più notevoli viene segnalato un proiettile austro-ungarico da 420 millimetri, rinvenuto inesploso, alto circa 1,60 metri e pesante circa 13 quintali.
La visita può essere abbinata a un’escursione nelle zone di Col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella, dove restano cimiteri, lapidi e tracce delle postazioni.
La presenza britannica sull’Altopiano è ricordata da diversi piccoli cimiteri militari, curati secondo il caratteristico stile della Commonwealth War Graves Commission.
Tra i più conosciuti vi sono i cimiteri di Granezza, Boscon, Barenthal, Cavalletto e Magnaboschi. Le file ordinate di lapidi bianche, immerse nel verde, costituiscono una testimonianza diversa rispetto ai grandi sacrari monumentali italiani.
Questi luoghi raccontano l’ultima fase della guerra, quando reparti alleati vennero schierati sul fronte italiano. Molti dei soldati sepolti morirono durante le operazioni del 1918 o a causa delle ferite e delle malattie.
La loro visita richiede silenzio e rispetto. Sono generalmente luoghi piccoli e raccolti, nei quali la dimensione individuale della perdita emerge con particolare forza.
Le tracce del conflitto non si trovano soltanto sulle montagne. Anche Asiago, Roana, Gallio, Foza, Enego, Rotzo, Lusiana Conco e gli altri centri dell’Altopiano conservano monumenti, lapidi, edifici ricostruiti e testimonianze del profugato.
Durante la Strafexpedition del 1916 gran parte della popolazione dovette lasciare le proprie abitazioni. Intere comunità vennero trasferite in altre regioni italiane e poterono tornare soltanto dopo la fine della guerra.
Asiago fu quasi completamente distrutta dai bombardamenti. Il centro attuale è quindi in gran parte il risultato della ricostruzione avvenuta negli anni successivi al conflitto.
Visitando le chiese, i municipi e i monumenti ai caduti si può comprendere come la guerra abbia modificato non soltanto il paesaggio, ma anche l’identità delle comunità locali.
Chi dispone di una sola giornata può iniziare dal Sacrario militare del Leiten, raggiungibile dal centro di Asiago.
Dopo la visita all’Ossario, si può proseguire verso Canove per entrare nel Museo della Prima guerra mondiale. Nel pomeriggio è possibile scegliere tra Forte Interrotto, relativamente vicino e raggiungibile con una breve escursione, oppure Forte Corbin, che offre un percorso museale più strutturato.
Questo itinerario è adatto anche alle famiglie e permette di alternare luoghi al coperto, monumenti e brevi passeggiate.
Una possibile sequenza è:
Sacrario di Asiago – Museo di Canove – Forte Interrotto oppure Forte Corbin.
Con due giornate a disposizione è possibile aggiungere uno dei grandi percorsi storici dell’Altopiano.
Il primo giorno può essere dedicato al Sacrario, al Museo di Canove e a Forte Corbin. Il secondo può essere riservato al Monte Cengio oppure al Monte Zebio.
Il Monte Cengio offre panorami spettacolari e un percorso molto scenografico attraverso gallerie e cenge. Il Monte Zebio permette invece di osservare più da vicino trincee, camminamenti e postazioni.
Una possibile organizzazione è:
Primo giorno: Sacrario del Leiten, Museo di Canove e Forte Corbin.
Secondo giorno: escursione al Monte Cengio oppure al Monte Zebio.
Per una visita approfondita è consigliabile aggiungere Monte Ortigara, Forte Verena e Forte Campolongo.
L’Ortigara richiede generalmente una giornata intera. Il Verena e il Campolongo possono essere inseriti in una seconda giornata escursionistica, tenendo conto delle distanze, delle condizioni delle strade e dei tempi di percorrenza.
Un programma completo potrebbe comprendere:
Primo giorno: Asiago, Sacrario del Leiten e Museo di Canove.
Secondo giorno: Monte Cengio e Forte Corbin.
Terzo giorno: Monte Ortigara.
Quarto giorno: Forte Verena e Forte Campolongo.
Quinto giorno: Monte Zebio oppure Monte Fior e Castelgomberto.
Il periodo migliore va generalmente dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno.
Tra maggio e giugno i prati sono verdi e le temperature spesso gradevoli, ma alle quote più elevate possono rimanere nevai. Luglio e agosto offrono giornate lunghe, ma sono anche i mesi più frequentati e soggetti a temporali pomeridiani.
Settembre e l’inizio di ottobre sono ideali per i colori, la visibilità e la minore affluenza. Le giornate, tuttavia, diventano progressivamente più corte e le temperature possono scendere rapidamente.
In inverno molti luoghi in quota sono coperti dalla neve. L’Ortigara, per esempio, può risultare accessibile soltanto con attrezzatura invernale e, in determinate condizioni, attraverso piste battute.
Anche gli itinerari apparentemente semplici attraversano un ambiente montano. È quindi necessario partire con scarponcini dotati di buona aderenza, abbigliamento a strati, giacca impermeabile, acqua e una carta dei sentieri.
Una torcia frontale può essere utile nelle gallerie, anche quando i passaggi sono brevi. Nei percorsi esposti, come quello del Monte Cengio, è necessario procedere con prudenza ed evitare le giornate di pioggia, neve o ghiaccio.
Non bisogna entrare in gallerie chiuse, trincee instabili o cavità non segnalate. Il terreno carsico dell’Altopiano presenta doline, voragini e aperture naturali che possono essere nascoste dalla vegetazione o dalla neve.
Per gli itinerari più lunghi è opportuno informarsi sulle previsioni meteorologiche, sulla disponibilità dei rifugi e sulle condizioni delle strade forestali.
Nei boschi e lungo i sentieri possono ancora emergere frammenti metallici, bossoli, filo spinato e residui bellici. Questi oggetti non devono essere raccolti o spostati.
Oltre a costituire parte del patrimonio storico, alcuni ordigni possono essere ancora pericolosi. In presenza di materiali sospetti è necessario allontanarsi, non toccare nulla e avvisare le autorità competenti.
È inoltre importante non salire sui muri delle fortificazioni, non danneggiare le trincee e non abbandonare i sentieri segnalati. I luoghi della Grande Guerra sono contemporaneamente siti storici, ambienti naturali fragili e, in molti casi, veri e propri luoghi di sepoltura.
La visita può essere accompagnata dalla lettura di alcune opere legate all’Altopiano.
La più celebre è Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, racconto dell’esperienza dell’autore come ufficiale della Brigata Sassari. Il libro descrive la vita nelle trincee, gli assalti, le decisioni dei comandi e il progressivo logoramento psicologico dei soldati.
Fondamentali sono anche le opere di Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago. Pur appartenendo a una generazione successiva, Rigoni Stern ha raccontato profondamente il rapporto tra le comunità dell’Altopiano, la montagna, la guerra e la memoria.
Leggere questi autori prima o dopo un’escursione aiuta a vedere trincee e fortificazioni non come semplici rovine, ma come luoghi vissuti da uomini sottoposti alla paura, al freddo, alla fame e all’incertezza.
I luoghi della Grande Guerra ad Asiago costituiscono uno dei patrimoni storici più importanti delle montagne italiane.
Il Sacrario del Leiten racconta l’enorme numero delle vittime. Il Monte Ortigara ricorda il sacrificio degli Alpini. Il Monte Cengio conserva la memoria dei Granatieri di Sardegna. Il Monte Zebio mostra la realtà concreta della guerra di trincea. I forti Verena, Campolongo, Corbin e Interrotto documentano l’evoluzione dell’ingegneria militare e la rapida obsolescenza delle fortificazioni davanti alle nuove artiglierie.
Visitare questi luoghi significa osservare la montagna con occhi diversi. Dietro un sentiero può nascondersi una vecchia mulattiera militare; dietro un avvallamento, un cratere di mina; dietro un muro di pietre, il ricovero nel quale soldati italiani o austro-ungarici cercarono protezione.
Oggi i boschi sono ricresciuti e i pascoli hanno riconquistato molti campi di battaglia. Il silenzio delle montagne non ha però cancellato la storia. Al contrario, la rende ancora più intensa.
Camminare sui luoghi della Grande Guerra ad Asiago è quindi un’esperienza di conoscenza e di memoria: un viaggio attraverso la bellezza dell’Altopiano, ma anche un invito a comprendere il costo umano della guerra e il valore della pace.
L’Altopiano di Asiago è oggi conosciuto per i suoi boschi, i pascoli, le malghe e i paesaggi aperti delle Prealpi vicentine. Dietro questa immagine tranquilla, tuttavia, si conserva uno dei più vasti e impressionanti scenari storici della Prima guerra mondiale.
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